venerdì 12 maggio 2017

Camillo Pavan, libero ricercatore, scrittore ed editore in proprio, ha pubblicato il suo ultimo lavoro... [Recensione di "In fuga dai Tedeschi", 2004]

Il parere del prof. Casellato (Ca' Foscari) sull'ultimo libro di Camillo Pavan

https://youtu.be/lNiMeyTEezk?t=4m24s : presentazione di Maleviste 25 aprile 1945 a Preganziol

Il prof. Alessandro Casellato durante la serata di presentazione
del libro Maleviste 25 aprile 1945 di Camillo Pavan 

sull'ultima azione della XX Brigata Nera di Treviso. 
Preganziol, Biblioteca Comunale, 27 aprile 2017. 
(Foto di Laura Martinello)

La trascrizione integrale della presentazione si trova nella rivista "storiAmestre, associazione per la storia di mestre e del territorio(in linea dal 7 maggio 2017).

lunedì 20 febbraio 2017

CAMILLO PAVAN - LIBRI DISPONIBILI su carta + ebook - ELENCO

GUERRA

1 - I prigionieri italiani dopo Caporetto, Con un elenco e una carta dei campi di prigionia a cura di Alberto Burato - (2001) - Pagine 175, form. 17 x 24, brossura - libro  €18,00    ebook  € 7,07


2 - In fuga dai tedeschi, L'invasione del 1917 nel racconto  dei testimoni. In appendice: Preti e vescovi dopo Caporetto - (2004) - Pagine 160, formato 17 x 24, brossura -  libro   € 18,50    ebook   € 7,07


3 - Al fronte e in prigionia, La Seconda Guerra Mondiale nel racconto dell'artigliere Guido Granello. Colle di Tenda, Sidi el Barrani, Bardia, Zonderwater - (2007) - Pagine 64, formato 10 x 12, brossura, ISBN 978-88-903174-0-8  Edizioni CSC - € 9,00 (solo libro)


4 - 29 aprile 1945: strada Noalese presso Quinto: morte di nove partigiani - (2015) - Pagine 170, formato 15 x 23, brossura, ISBN 978-88-88880-83-9  
Edizioni Istresco - € 14,00 (libro)     ebook € 2,49 (prodotto in proprio)

5 - Maleviste, 25 aprile 1945. Cinque caduti per la libertà nella campagna fra San Vitale di Canizzano, Sambughè di Preganziol e Zero Branco - (2016)  - Pagine 139, formato 15 x 23, brossura, ISBN 978-88-88880-87-7  
Edizioni Istresco - € 12,00 (libro)     ebook € 2,59 (prodotto in proprio)

FIUMI

4 - I paesi e la città in riva al Sile, Un secolo di storia del fiume in 142 cartoline - (1991) - Hanno collaborato: Anselmo Lemesin e Francesco Turchetto - Pagine 128, formato 18x30, cartonato -  libro    € 18,08   ebook  € 7,07

5 - Navigare sul Po, Storia di una famiglia di barcari - (2006) -  libro   € 9,00    ebook 2,49

6 - Le dighe e le centrali idroelettriche del Bacino del Piave, Elenco completo degli impianti della SADE, con i dati tecnici al 1963. Ristampa di pubblicazioni ufficiali della Società Adriatica di Elettricità. Con 58 foto - (2001) - Pagine 64, formato 17 x 24, brossura - € 13,00 (solo libro)

7 - Lo sfruttamento idroelettrico di Tagliamento, Cellina, Isonzo, Elenco completo degli impianti della SADE, con i dati tecnici al 1963. Ristampa di pubblicazioni  ufficiali della Società Adriatica di Elettricità. Con 27 foto - (2001) - Pagine 32, formato 17 x 24, punto metallico - € 8,00 (solo libro)

VARIA

8 - Porto Marghera, le origini, Ristampa anastatica - (1993) - dalla rivista Le Tre Venezie, ottobre 1932  - Pagine 48, formato 17 x 24, brossura - € 7,75 (solo libro)


Solo ebook



1 - Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari (Grande Guerra e popolazione civileVol. 1) - 1997 - Pagine 471, formato 17 x 24 - Con la collaborazione di Željko Cimprič (Museo di Caporetto), Drago Sedmak (Museo di Nuova Gorizia), Petra Svoljšak (Istituto di Storia - Accademia delle Scienze e delle Arti, Lubiana). Traduzioni dallo sloveno di Giovanna Ferianis Vadnjal                 ebook  € 14,56

2 - L'ultimo anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti   2004 - Pagine 64, formato 17 x 24        ebook  € 3,90

3 - Raici. Storia, realtà e prospettive del radicchio rosso di Treviso. Con le ricette dello chef Gian Carlo Pasin per un menù a base di radicchio - (1992) - Pagine 240, formato 17 x 24            ebook  € 7,07

4 - Sile. Alla scoperta del fiume. Immagini, storia, itinerari - Hanno collaborato  Bernardino Carpenè, Giuliano De Menech, Gaetano Lanaro, Monica Marcon, Francesco Mezzavilla, Sergio Tommasini, Michele Zanetti - 1989 - Pagine 366, formato 21 x 30       ebook   € 14,56

5 - Sile. La piarda di Casier. Barcari, burci, draghe e squeri. Con 90 foto d'epoca - 2005 - Pagine 144, formato 17 x 24 - EditoreNavigazione Stefanato       ebook    € 7,07

6 - Drio el Sil. Storia, vita e lavoro in riva al fiume a S. Angelo e Canizzano. Seconda edizione - 1986 - Pagine 190, formato 15 x 21       ebook   € 3,90

- Sull'origine del radicchio rosso di Treviso. La leggenda di Van den Borre e la scoperta di Tiziano Tempesta, Con un ritratto di Alberto Albanese Jr. autore della poesia Un fià de la me tera - 2013 - Pagine 21, formato a4        ebook    € 1,04 


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*  *  *

Esauriti e non disponibili 

Giuseppe Pattaro, Il fiume Piave, 1903 (Ristampa anastatica 1993) e Il Duce nelle Venezie, 1938 (Ristampa anastatica 1995) 



                                                                                                            
                               

venerdì 9 dicembre 2016

Profughi dopo Caporetto 1917, "In fuga dai tedeschi" - Libro di C. Pavan: il parere di un lettore (Andrea Lazzaro, Oderzo)

Caporetto 1917 - 
Profughi Grande Guerra -
 Prima guerra mondiale
(dopo Caporetto) - Copertina
del libro di Camillo Pavan
In fuga dai tedeschi


<t… @ … le.it>    9 dicembre 2016 08:00
A: Camillo Pavan - Treviso <camilpavan@gmail.com>

Buongiorno.
Il libro è davvero fantastico.
Le testimonianze sono incredibili!
Complimenti, idea strepitosa.
Buona giornata.
Andrea


martedì 29 marzo 2016

Quinto di Treviso, martedì 21 marzo 2015: presentazione del libro sui partigiani uccisi Al Gambero (strada Noalese)

- Libri a Quinto di Treviso -
Presso la Sala della Musica 
di Villa Memo Giordani Valeri

a cura del Comune di Quinto di Treviso in collaborazione con l'Istresco

29 Aprile 1945, libro di Camillo Pavan sulla morte
dei nove partigiani avvenuta a Quinto di Treviso (Al Gambero)
nel giorno della liberazione del capoluogo da fascisti e nazisti. 

Venticinque Aprile, Resistenza, Liberazione, Provincia di Treviso
''29 aprile 1945" morte di 9 partigiani. Un momento della 
presentazione del libro a Quinto di Treviso (Villa Giordani)
alla presenza del sindaco Mauro Dal Zilio (al centro).
(Foto di Laura Martinello)

Un  aspetto della Sala della Musica di Villa Memo Giordani Valeri
a Quinto di Treviso durante la presentazione del libro sui partigiani 
uccisi Al Gambero il 29 aprile 1945. (Foto di Diego Agnoletto)


Amerigo Manesso durante la presentazione
del volume sui partigiani uccisi a Quinto di Treviso.

(Fotogramma da video)


Camillo Pavan durante la presentazione del libro
sui partigiani morti a Quinto di Treviso.
(Foto di Diego Agnoletto)

Mauro Gobbo, console svizzero a Marsiglia e nipote del partigiano 
Bruno Guolo caduto a Quinto il 29 aprile 1945,
ha voluto che la ricerca di Pavan venisse stampata
e ha contribuito finanziariamente alla sua pubblicazione.

 (Foto di Diego Agnoletto)


Intervento di Amerigo Manesso a Quinto di Treviso il 21 aprile 2015

AUDIO

TRASCRIZIONE    

«L’evento che ricordiamo questa sera ha avuto luogo nel territorio di Quinto, ma tre di coloro che vennero uccisi alla trattoria Al Gambero erano di Zero Branco.
Quindi ringraziamo le amministrazioni comunali perché hanno aderito alla nostra proposta, hanno aderito alla realizzazione di questa pubblicazione e anche alla presentazione della stessa organizzando due serate.
Dobbiamo ringraziare anche il signor Mauro Gobbo, che è nipote del partigiano Guolo, e che è stato un po' colui che ha spinto Camillo [a pubblicare la sua ricerca].
Poi sarà Camillo che ringrazierà tutta una serie di persone perché, quando avrete modo di prendere in mano il suo libro e di leggerlo, vi renderete conto che in realtà è un libro un po’ collettivo, nel senso che Camillo ha raccolto delle voci e - come dicevamo prima - l’onestà dello storico è stata quella di riportare le voci che ha raccolto, senza modificarle e quindi riuscendo in qualche modo, attraverso le voci di coloro che all'epoca sono stati testimoni della vicenda, a darci il clima, gli atteggiamenti, i modi di pensare, le prime valutazioni su questa vicenda.
C’è il sindaco Mauro Dal Zilio: lo invito a dare un saluto.
01:59 Saluto del sindaco.
03:40 Riprende Manesso. Andiamo veloci. Come si può introdurre questa pubblicazione? Beh, diciamo che sarà Camillo stesso che dirà come è nata, quali sono stati i percorsi che lo hanno spinto a realizzarla. Io l’ho vista una volta scritta e mi sono reso conto immediatamente che apparentemente è una pubblicazione semplice. Se voi chiedete a Camillo cosa pensa di questo suo lavoro, Camillo dirà che è un lavoro semplice, un lavoro che lui considerava neanche degno di una pubblicazione in grande stile. Una ricerca che aveva fatto [...] ma che, una volta realizzata, pensava dovesse rimanere così, per pochi intimi, per poche persone, magari per i diretti interessati ai fatti.
Invece il valore del libro è che la sua semplicità in realtà ci porta a fare delle considerazioni - caso mai vi dedicheremo un quarto d’ora verso la fine - su delle tematiche molto importanti, delle tematiche diciamo anche sulle quali ci potremo dividere, sulle quali non è detto che abbiamo dei punti di vista concordanti e sulle quali neanche gli storici che si sono occupati di Resistenza hanno punti di vista concordanti.
05:10 Quali possono essere le tematiche che emergono dalla ricostruzione di Camillo?
La violenza. L’episodio che è accaduto al Gambero è un episodio di violenza, di morte violenta. Beh, io cercherò di darvi delle indicazioni, dei riferimenti per contestualizzare quello che è accaduto qui il 29 di aprile con quello che accadeva nella provincia di Treviso il 29 di aprile. Sono stati giorni di morti. Tantissime, centinaia e centinaia di morti violente. Questo è un primo aspetto sul quale riflettere: la Resistenza è stata anche un passaggio segnato  in maniera profonda, nei giorni della liberazione, dalla violenza.
Un altro tema importante che Camillo ha posto in luce in maniera direi esemplare è l’interrogativo “chi erano i partigiani?
Attraverso la ricostruzione biografica di questi nove profili, Camillo ci restituisce una visione antiretorica di coloro che sono stati protagonisti della resistenza. Rifletteremo anche su questo: chi erano i partigiani?
Terzo aspetto, sul quale la ricerca di Camillo entra veramente in maniera profonda, è la memoria dannata nei confronti dei partigiani, di chi ha fatto questo tipo di scelta. Memoria che si era già espressa nei giorni della morte di questi ragazzi, ai funerali stessi. La gente diceva “ma, non potevano tare a casa?”.
Su questi tre temi, alla fine faremo delle considerazioni, delle riflessioni […] ».
Trascrizione della registrazione audio della serata, dall'inizio al minuto 7:10 (Archivio Pavan, file 15042116)


                                                                             


Calendario presentazioni

QUINTO di Treviso:  martedì 21 aprile 2015, ore 18:00
Sala della Musica - Villa Memo Giordani Valeri  - conduce Amerigo Manesso

ZERO BRANCO: giovedì 23.4.2015, ore 20:45
Sala Consiliare, piazza Umberto I - conduce Amerigo Manesso

TREVISO: venerdì 15 maggio 2015, ore 17:30
Sala Verde palazzo Rinaldi - conduce Livio Vanzetto

venerdì 11 settembre 2015

Non consiglio nessun libro su psichiatria e psicofarmaci (e non sono su Facebook)

- Non consiglio nessun libro su psichiatria e psicofarmaci, e non sono su Facebook -  (Omonimie) - 

Ci tengo a precisarlo perché un mio giovane omonimo consiglia su Facebook un libro su questo importante e delicato argomento, di cui mai in trent'anni e più di ricerche storiche mi sono occupato come studioso.  Ma non avrei scritto queste righe se da quella pagina FB non si arrivasse a un banner che pubblicizza "i paesi senza una banca centrale ROTSCHILD", cioè quegli esempi di libertà, diritti civili, democrazia e benessere che si chiamano (non si finisce mai di imparare): "Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cuba e Siria".

Livio Vanzetto, 2015 - Presentazione a Treviso di "29 aprile 1945 ... morte di nove partigiani"

15 maggio 2015 - sala verde di palazzo Rinaldi 

                                                     Ascolta l’audio

00:00 / 02:56 Introduzione di Lisa Tempesta, condirettore dell'Istresco.

Progressione argomenti e trascrizione integrale delle parti più significative dell’intervento di Livio Vanzetto

02:57 Dapprima parlerò dei contenuti e poi dell'interpretazione.

03:46 Trascrizione integrale: «In particolare cercherò di rispondere a una domanda abbastanza scomoda. Come mai, perché in molti paesi della campagna del Veneto centrale, soprattutto, ma anche del Bellunese, anche di altre aree, forse anche fuori regione - nei paesi dico, non nelle città - l’immagine del movimento partigiano è un’immagine tramandata, consolidata, fino all'altro ieri, un’immagine assolutamente negativa. Perché non ha trovato spazio invece quella rappresentazione esaltante della resistenza, ufficiale, che è stata costruita negli anni ’60 - ’70 e che è rimasta totalmente tagliata fuori da queste aree, marginali sì, ma numericamente non minoritarie: sono la maggioranza [delle persone] che abitano nei paesi».

04:37 Contenuti del libro
Colma una lacuna: non si era mai parlato di questo importante episodio avvenuto alle porte di Treviso. Si assolve così all'obbligo morale di rendere omaggio a questi nove uomini generosi appartenenti a Giustizia e Libertà.
05:41 Compiti assegnati dagli alleati ai partigiani
- salvare le infrastrutture
- intralciare la ritirata e far il maggior numero di prigionieri possibile
06:46 Ricostruzione dell’episodio
Nove morti, sette dei quali giovanissimi.
09:40 Composizione sociale di una brigata azionista.

Dei nove caduti ne teniamo da parte due, non perché meritino meno degli altri ma per ragioni che capiremo dopo:

- Emilio Schreiber, che forse venne coinvolto per caso nello scontro.

- Francesco Colamarino, abruzzese, soldato di leva: “Un caso, quello di Colamarino, piuttosto significativo, interessante, e non isolato nel quadro della resistenza veneta. C’erano dei siciliani, c’erano dei sardi che erano rimasti qui e avevano finito per aderire alla resistenza …”

In questa sede ci interessano, per il ragionamento che vogliamo fare, gli altri sette caduti

11:01 Carlo Bortolato, trentaquatrenne, in gioventù canottiere, in guerra capitano.

11:45 Vito Rapisardi, ventireenne neolaureato in legge a Padova, fratello di un altro comandante partigiano, Raffaello, e nipote di un altro esponente della Treviso antifascista, all’epoca comandante partigiano in val Brembana.

12:40 I figli più generosi della classe dirigente borghese e antifascista trevigiana avevano in gran parte aderito al Partito d’Azione cercando di coinvolgere nell’attività partigiana i loro coetanei proletari del centro storico e i loro coetanei contadini della campagna circostante, in parte riuscendoci.

13:36 Biografie degli altri cinque caduti di Quinto.

- Bruno Chiarello è quello di cui si sa meno, aveva fatto la 5. elementare ed era meccanico a Treviso.

- Rino De Vecchi, di Canizzano, figlio di un postino, famiglia numerosa molto povera.

- Bruno Guolo, figli di un mugnaio di Sant’Alberto di Zero Brano che però faceva il saldatore al cantiere navale Breda di Marghera.

15:39 Luigi Mazzucco e Ottorino Alessandrini: i due casi più interessanti, provenienti da famiglie contadine, ma atipiche, tanto che Luigi Mazzucco riuscì a studiare.

19:00 Anche Alessandrini figlio di una famiglia in ascesa.
Personalità libere, non condizionate dalle regole della società contadina.

18:38 Trascrizione integrale
«Mi sono soffermato a lungo su aspetti biografici perché ci mostrano che la resistenza rappresentò effettivamente il primo esempio in Italia di un’alleanza - sia pure un’alleanza fragile, destinata al fallimento, destinata a infrangersi - tra élite urbane progressiste e ceti contadini. Se guardiamo bene questa cosa non  era affatto avvenuta durante il risorgimento, e questa è una delle pecche della storia italiana, uno dei punti deboli della nostra storia.
E questo è un primo aspetto.
19:23 Poi ho insistito ancora su questi profili biografici per un altro motivo: perché queste piccole biografie ci forniscono spunti e ci aiutano a cogliere quelle che sono le ragioni profonde di quella rappresentazione negativa della resistenza […] che è prevalsa nei paesi rurali fin dall'immediato dopoguerra e che certamente traspare anche da molte delle interviste raccolte in questo volume.
Scrive Camillo Pavan a pagina 105: “Il giudizio di valore emerso dai paesani intervistati è di una sconfortante unanimità. Dei partigiani dicono: potevano starsene a casa, i tedeschi stavano scappando, gli americani stavano per arrivare”. È stata un po’ colpa loro, insomma.
20:20 Indubbiamente erano questi, sono questi, i sentimenti, gli atteggiamenti popolari più diffusi, più radicati nei paesi veneti. Lo erano almeno fino a qualche anno fa, oggi ho l’impressione che molte cose stiano cambiando, se non altro per un ricambio generazionale. Ormai è storia remota; la resistenza per i giovani di oggi possiamo equipararla, non so, alle campagne garibaldine, appiattite in un passato remoto di cui non si coglie la distanza temporale.
C’è un problema, però, in questa disamina che abbiamo fatto finora. Il problema è rappresentato da questa constatazione: tutti i protagonisti della resistenza veneta parlano, certo con chiaroscuri, ma parlano sostanzialmente di un atteggiamento positivo delle popolazioni contadine verso il movimento resistenziale durante i venti mesi. Testimonianze assolutamente attendibili. Non è da pensare che si siano lasciati portare dalla propaganda e che adesso dicano “i contadini ci favorivano”. No, io credo che veramente fosse così, che percepissero un atteggiamento favorevole del mondo contadino verso la resistenza, durante i venti mesi.
21:41 Se è così, se questa costatazione è vera, e non ho ragione di dubitarne, allora l’immagine negativa dei partigiani, che anche Pavan ha documentato nella sua ricerca, questa immagine negativa deve essere stata costruita dopo la Liberazione, diciamo tra il ’46 e il ‘48.
Ecco, perché questo avvenne?
Questo è un problema grosso da risolvere, e non è stato risolto finora; mai affrontato.
I più dicono: “Bah ... avvenne per influenza della chiesa, una chiesa timorosa di una resistenza prevalentemente orientata a sinistra”. È una spiegazione buttata lì, con nonchalance. In realtà si tratta di una spiegazione superficiale e di comodo, sostanzialmente non vera anche se verosimile. Verosimile perché è compatibile con una convinzione diffusa fra tutte le classi dirigenti che hanno governato il Veneto e l’Italia nel dopoguerra, le élite. La convinzione che le scelte dei ceti contadini non fossero mai autonome, fossero sempre determinate dalle classi dirigenti, di regola dalle classi dirigenti clericali, nel Veneto, e quindi che i contadini non potessero scegliere in prima persona, che per loro scegliessero altri, sul piano politico.
23:01 In realtà io credo che a decidere istintivamente di - usiamo pure questo termine, perché è così - criminalizzare la resistenza “partigiani uguale banditi”, a decidere questa cosa, tra il ’45 e il ’48 furono proprio le comunità paesane contadine. Per un meccanismo che s’innescò, direi, spontaneamente, senza la volontà di nessuno; meccanismo che nulla ha a che fare con le scelte politiche così come le intendiamo noi, come siamo abituati a pensarle.
23:39 Ho parlato di queste cose per la prima volta in pubblico una decina di giorni fa (qui a Treviso) … c’era anche qualcuno dei presenti. E quindi si tratta di ricerche ancora in corso, ancora in qualche modo fluide. Per di più questa sera sarò costretto - per ragioni di tempo e anche di opportunità - a sacrificare ancora di più il mio ragionamento. Ma speriamo di farlo, in cinque minuti.
24:06 Partiamo da una considerazione, che ho proposto anche venti giorni fa. Il modo di pensare dei contadini veneti è stato condizionato da sempre, da secoli direi, da un profondo sentimento di paura. Paura dell’incertezza della vita, delle carestie, delle avversità atmosferiche, della sfortuna, delle malattie e soprattutto paura del potere. Il potere vissuto come una forza brutale, come una forza irrazionale capace di schiacciare i più deboli […].   
Per cercare di controllare queste paure profonde, i contadini hanno da sempre trovato una soluzione, hanno cercato e trovato dei protettori. Qualcuno che si occupasse di loro, che li aiutasse nelle avversità, che li tutelasse contro il potere, nei rapporti con il potere, impedisse al potere di schiacciarli.
25:20 A svolgere a lungo questo ruolo - un ruolo che io ho chiamato di patronage - con un termine inglese […]; per non confonderlo con alcuni termini italiani che hanno altro significato, uso un termine nuovo, così non lasciamo spazio a equivoci...     
Hanno svolto questo ruolo di patronage i proprietari terrieri, aristocratici soprattutto, la nobiltà veneziana. Poi però le nuove famiglie della borghesia agraria di fine Ottocento che si erano man mano sostituite all'aristocrazia veneziana, queste nuove famiglie di proprietari terrieri, finirono per inurbarsi: il periodo della Belle Époque è il periodo tipico dell'inurbamento dei proprietari terrieri, che finirono per abbandonare i contadini a sé stessi, rifiutandosi di continuare a svolgere un ruolo di patronage che i contadini continuavano a richiedere. Basterebbe leggere le pagine scritte da un uomo come Costante Gris, che mi è capitato di incontrare anni fa, per rendersi conto di come ci fosse questa aspettativa di un ruolo di patronage da parte dei proprietari terrieri e i proprietari terrieri cominciarono a rifiutarsi di svolgere.
26:46 I contadini si sentirono abbandonati e cominciarono a guardarsi intorno, cercando altri protettori, a fine Ottocento. E scelsero di affidare la propria tutela a una micro classe dirigente nuova, ai funzionari, ai dirigenti di quelle istituzioni parrocchiali che, se vi ricordate, la chiesa trevisana - ne abbiamo parlato altre volte - aveva messo in piedi in pochi anni a fine Ottocento, dopo la Rerum Novarum: le casse rurali, le assicurazioni, i comitati parrocchiali (laddove non c’era una cassa rurale mettevano in piedi comunque un comitato parrocchiale). Ecco, presidente e segretario di questi piccoli enti economici assunsero ben presto anche il ruolo di nuovi patroni, chiamiamoli così, patroni delle proprie comunità paesane: erano sul luogo e potevano essere presenti in ogni momento. In cambio della protezione loro garantita, i contadini offrivano a questi patroni - cioè alla chiesa, sostanzialmente, perché erano l’emanazione della chiesa - offrivano una delega politica in bianco. Una delega politica che, ovviamente, fu gestita dall'élite cattolica in funzione moderata, tendenzialmente conservatrice.
28:19 Questa rete capillare di patronage si dimostrò vitale e duratura negli anni a venire, nel tempo. Rischiò di saltare soltanto in alcune zone dopo la prima guerra mondiale, soprattutto nei paesi del profugato, i paesi nei quali i vincoli comunitari, paesani, si erano dissolti in seguito alla dispersione degli abitanti su tutto il territorio nazionale. Come ad esempio nel Montebellunese o nella Sinistra Piave dove tra il ’19 e il ’24 emersero in ambiente rurale - ambiente rurale già dominato dalla chiesa, intendiamoci - i “repubblicani sociali”, anticlericali, quelli di Guido Bergamo per intenderci e i “socialisti mangiapreti” di Angelo Tonello nella sinistra Piave. Due leader che avevano, non a caso, saputo mettere in piedi - in brevissimo tempo - delle reti di patronage alternative a quelle cattoliche che erano state scardinate dagli eventi bellici.
29:25 Naturalmente poi il fascismo distrusse quanto costruito da Bergamo e da Tonello, lo distrusse in pochi mesi. Invece sopravvisse durante il fascismo, anzi si rinvigorì, direi, il patronage cattolico, clericale. Quei clericali che finirono per adeguarsi in qualche modo al fascismo, opportunisticamente, per conviverci fino alla fine.
Certo questo patronage, da un punto di vista contadino garantiva la sopravvivenza ma era indubbiamente anche qualcosa di oneroso. Comportava delle rinunce sul piano della libertà individuale, comportava l’obbligo di adeguarsi ai valori dominanti, ai valori cattolici della comunità rurale. Comportava l’obbligo di non trasgredire alle regole comunitarie. E molti giovani contadini scalpitavano, volevano uscire - come tutti i giovani - da una situazione opprimente, una situazione che vivevano male, che sentivano come una prigione, quasi. Così alcuni di loro, i più intraprendenti - come ad esempio i Mazzucco, gli Alessandrini, i Guolo di questo libro - nel '43-'44 aderirono, istintivamente direi, alla resistenza.
30:45 Vi aderirono per una esigenza intima, esistenziale; per un bisogno del tutto prepolitico di sottrarsi a quei vincoli stringenti della comunità paesana, che vivevano male. Gli altri, la maggioranza, forse, stettero a guardare, a vedere come sarebbe andata a finire.
E andò a finire male. Dopo la guerra la società rurale, queste piccole comunità paesane, avevano ancora estremo bisogno di patronage. Avevano cioè bisogno dell’appoggio di persone che fossero presenti sul territorio, persone capaci di garantire alla comunità paesana un flusso, sia pure modesto, di finanziamenti per le esigenze collettive e anche di garantire un’assistenza capillare e individuale alle singole famiglie contadine.  Per tanti motivi: scrivere una lettera, fare una pratica burocratica che non erano capaci di gestire, ottenere un prestito, avere assistenza in caso di malattia, in caso di emigrazione, in caso di servizio militare. Tutte occasioni in cui ci voleva qualcuno che sapesse trattare con il potere. Assistere i vecchi, curare i malati: non c’erano mica le mutue, ancora, quindi diventava difficile se non c’era un protettore. 
32:11 Ebbene, i capi partigiani urbani, nei quali avevano creduto, nei quali avevano in qualche modo scommesso questi giovani contadini o figli di contadini intraprendenti, questi capi partigiani non si dimostrarono disponibili a assumere un ruolo di patronage, o non potevano assumerlo, per svariate ragioni, alcune delle quali anche molto serie, sulle quali non possiamo indagare in questa sede, per ovvi motivi; comunque non potevano svolgerlo. Ritornarono in città e i partigiani di estrazione rurale si ritrovarono allo scoperto, privi di qualsiasi tutela, di quelle tutele tradizionali che esistevano nei paesi. 
33:04 E fu così che la maggior parte di loro finì per emigrare, come ben sappiamo, come ci dicono tante testimonianze. Chi rimase invece - e anche questo l’ho documentato di persona in alcune ricerche - dovette rimuovere e rinnegare l’esperienza partigiana per poter rientrare in qualche modo sotto l’ombrello protettivo del patronage locale. Rientrare sotto l’ombrello protettivo di un patronage che evidentemente era rinato, era riemerso immediatamente.
Non c’era stata soluzione di continuità. Le vecchie classi dirigenti paesane che erano al potere fin dall’Ottocento, che avevano transitato lungo il periodo fascista senza colpo ferire, riemersero ben presto dopo la liberazione, come ci dice anche Camillo Pavan parlando di Quinto.
33:55 E riemersero per motivi ovvi. Riemersero perché disponevano di un consenso a livello popolare quasi unanimistico. Disponevano di un consenso che era garantito loro proprio da questa gestione del patronato, del patronage
In tale situazione, evidentemente, non poteva emergere, non poteva imporsi una memoria positiva della resistenza, di una resistenza che aveva rappresentato come sappiamo un potenziale fattore di rottura e di superamento dei vecchi equilibri, anche a livello paesano. E fu così che nelle mille piccole comunità parrocchiali del Veneto centrale la resistenza fu rimossa e criminalizzata, come dicevo, in pochi mesi. Senza che nessuno neanche provasse a contrastare questo processo, che fu inarrestabile.
34:56 E voluto, in qualche maniera; non subíto più di tanto, insomma. È una scelta, una scelta istintiva. Di sopravvivenza.

Ecco, ho voluto affrontare anche questo argomento, oggettivamente un po' ellittico rispetto al libro. L'ho voluto affrontare perché si tratta di una questione che lo stesso Pavan pone, sia pure fra le righe, e che mi veniva posto anche in fase di stesura […].
Dovevo una risposta. Una risposta che ha trovato conferma proprio dalla lettura delle pagine di questo libro. Se lo leggete con questo criterio troverete conferme a quanto ho tentato di esporvi in breve.
E mi avvio a concludere. Queste pagine, e lo dico anche per invogliarvi a leggerle, sono pagine scritte in maniera molto efficace. Stile piacevole, stile discorsivo, non certo paludato, come del resto ha sempre fatto Camillo Pavan fin dai tempi del suo primo volume - mi pare fosse Drio el Sil, se ricordo bene - e come ha continuato a fare in molti altri suoi volumi. Mi piace ricordare quelli dedicati alla grande guerra, visto che siamo nel centenario. È uno storico locale che però viene citato spesso anche dai migliori storici nazionali; questo gli va riconosciuto, mi pare giusto.


Per tutto questo, e in particolare proprio per quest’ultimo lavoro che tanti stimoli, abbiamo visto, offre alla riflessione storiografica, per tutto questo mi sento di ringraziare Camillo Pavan, a nome dell’Istituto per la Storia della Resistenza, e anche a titolo personale. Grazie».

NdC
Di Livio Vanzetto (Sant'Ambrogio di Trebaseleghe, PD, 1949) non esiste in rete una biografia al di fuori delle scarne note di Linkedin.
Rimando quindi alla sua vasta produzione libraria.